Caccia: Belluno e il Consiglio sprecato

Caccia: Belluno e il Consiglio sprecato

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Caccia o caccia no? Ora come ora, non è questo il dilemma.

Al di là delle opinioni personali sulla caccia – è etica? da vietare? anacronistica? o una sana tradizione? – il dibattito che da mesi impegna la politica, le associazioni, la scienza e i singoli cittadini si impernia su un tema oggi ben più urgente: la Proposta di Legge C. 2984, che vorrebbe riformare la Legge 11 febbraio 1992, n. 157, ovvero la normativa vigente sulla protezione della fauna selvatica e sul prelievo venatorio. Dopo l’approvazione al Senato lo scorso 23 giugno sotto il nome di DdL S. 1552, l’iter riprenderà alla Camera dei Deputati nel mese di settembre 2026.

La questione, ovviamente, non riguarda soltanto i cacciatori. Comportando il rischio di gravi ripercussioni sull’ambiente, sugli ecosistemi, sulla pubblica sicurezza e sul diritto comunitario, la questione riguarda tutti noi. Per questa ragione è un dovere leggere, informarsi e informare.

Oltre alla lettura di questo articolo, se volete approfondire ulteriormente la questione, qui potete scaricare liberamente il nostro documento “Delegazione Lipu di Belluno – Considerazioni generali sulla Proposta di Legge C. 2984, volta a modificare la legge 11 febbraio 1992, n. 157“.

Requisito imprescindibile per trattare l’argomento senza scadere nelle cosiddette “chiacchiere da bar” è, perlomeno, la conoscenza della Legge 157/92, della Direttiva 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) e della famigerata PdL C. 2984. Diversamente, nel parlarne, si rischia di sollevare questioni fuorvianti, come il rapporto dell’uomo con i grandi carnivori, tanto per fare un esempio.

Come potremmo mirare efficacemente alla tutela di un territorio senza aver compreso ciò che lo mette in pericolo?

Ordine del giorno: caccia selvaggia

Nella nostra piccola Belluno, su coraggiosa iniziativa dei consiglieri Lucia Olivotto, Massimo Garzotto e Claudia Bettiol, lo scorso 31 luglio il tema approda pure tra i banchi della sala consiliare di Palazzo Rosso. L’idea dei consiglieri, ai quali va il nostro plauso, è chiara: trasmettere al Governo la posizione contraria della città rispetto alla PdL C. 2984. Una proposta “che peggiora la legislazione sulla caccia”, per citare l’inequivocabile titolo dell’ordine del giorno.

Cosa può il Consiglio comunale di Belluno contro la riforma “caccia selvaggia”? Probabilmente ben poco, ma il suo contributo, per quanto modesto, è importantissimo: dal punto di vista naturalistico, la nostra è una Provincia ricchissima, e questa ricchezza va difesa. Unendosi al coro generale, il capoluogo ha quindi il dovere di far sentire la propria voce, lanciando un messaggio deciso verso chi ci governa e offrendo un esempio virtuoso agli altri Comuni.

Non solo: un fertile dibattito può dimostrare ai cittadini la concretezza delle idee dei consiglieri e il loro reale impegno in materia di tutela della biodiversità, del territorio e della sicurezza di tutti noi.

E così, durante il Consiglio del 31 luglio, giunto il suo turno, la Olivotto presenta la proposta di ordine del giorno. Nei pochi minuti a disposizione, non può che citare un’esigua parte dei tanti attacchi alla Legge 157/92 che destano preoccupazione. Ciononostante, a nostro avviso, l’intervento tratteggia con efficacia la gravità della riforma. Tra le varie questioni menzionate dalla consigliera: la riduzione del ruolo di ISPRA, il rilancio della terribile pratica dei richiami vivi, i rischi della caccia su terreno innevato, l’idea che i cacciatori possano assurgere a “bioregolatori” e l’incostituzionalità della PdL C. 2984.

Qui potete scaricare il testo dell’ordine del giorno proposto dai consiglieri L. Olivotto, M. Garzotto e C. Bettiol:

La risposta dei colleghi

Purtroppo, la lodevole iniziativa non trova terreno fertile. Molte delle risposte dei colleghi consiglieri, infatti, evidenziano una generale ignoranza a proposito dei tre elementi alla base del dibattito – normativa vigente, direttive europee e Proposta di Legge – nonché la mancata comprensione dell’intento della consigliera Olivotto: non uno scontro ideologico sull’attività venatoria in stile “panettone vs pandoro”, bensì la ricerca di punti in comune tra le varie posizioni per presentarsi come fronte unito, al di là dei colori politici, contro la Proposta di Legge e a favore di una reale tutela della biodiversità e degli ecosistemi.

Di seguito analizzeremo alcune delle frasi pronunciate dai partecipanti, quelle che ci sembrano più significative per comprendere come non andrebbe affrontata la questione. Chi abbia detto cosa non ha rilevanza nel nostro discorso.

Chi volesse ascoltare gli interventi completi e approfondire le posizioni di ciascuno può farlo a questo link:

Cliccando sul collegamento, la registrazione di YouTube si avvierà dal minuto 01:47:40, momento in cui inizia la trattazione del tema.

Fame, oselade e lupi

«Una volta il bellunese, parliamo fino agli anni Cinquanta – Sessanta, aveva la caccia come sistema di sostentamento delle famiglie, perché una volta la gente moriva di fame» afferma un consigliere. «L’unica risorsa era la caccia. Ma la caccia a un po’ di tutto! Nonostante ciò… molti bracconieri, c’erano i roccoli, le famose oselade… Nonostante ciò, eravamo pieni di selvaggina, pieni di uccelli.»

Che la gente avesse fame è un fatto innegabile. I tempi cambiano, per fortuna, e oggi in Italia la caccia viene considerata uno sport, un divertissement. Di certo, non un «sistema di sostentamento delle famiglie».

Piuttosto, è doveroso ricordare come, negli anni citati, la legge in vigore fosse ancora il Regio Decreto 1016/1939. Nientemeno che una legge emanata ai tempi in cui il re Vittorio Emanuele III di Savoia, volente o nolente, governava a braccetto col fascistissimo Duce, Benito Mussolini. Una legge che rimase valida addirittura fino al 1978, quando cessò di causare danni grazie alle lotte del mondo ambientalista (la storia della Lipu ne è testimone).

Non propriamente una normativa al passo coi tempi, neppure negli ormai lontani anni Cinquanta e Sessanta: dall’estate al mese di maggio si sparava a qualunque animale ed era consentita e ampiamente diffusa l’uccellagione (le «oselade», appunto). Se è vero che «eravamo pieni di selvaggina, pieni di uccelli», è altrettanto vero che molte specie subirono un calo drastico – sfiorando in certi casi l’estinzione – proprio a causa dell’indiscriminato prelievo venatorio.

In che modo, quindi, queste affermazioni dovrebbero contribuire alla discussione sulla PdL C. 2984? Forse il consigliere intende sostenere come il prelievo venatorio, per quanto massiccio, non riduca le popolazioni di animali selvatici? La posizione resta confusa, anche perché prosegue ammettendo che oggi molte specie si sono diradate: «Non ci sono più i passaggi di una volta, i famosi passaggi».

Infatti, il quadro attuale è decisamente critico: il 33% degli uccelli legati alle aree agricole italiane è sparito negli ultimi 25 anni (fonte: Farmland Bird Index 2025).

Eppure, ad allarmare il consigliere (e altri, che più avanti riprendono lo stesso leitmotiv) non sembra essere la diminuzione degli uccelli – per la quale non imputa alcuna responsabilità all’attività venatoria –, bensì l’aumento dei grandi carnivori, rispetto al quale la caccia viene suggerita (inspiegabilmente) come possibile soluzione.

Il consigliere infatti rilancia: «Abbiamo un’altra selvaggina in aumento: i lupi. I lupi che, purtroppo, fanno razzia di altri animali, fanno razzia. Vanno anche a colpire gli animali domestici. Ma se noi pensiamo ai caprioli, ai cervi sbranati… Questo qua vuol dire che c’è un equilibrio ben diverso da una volta. Quindi poi i contadini hanno anche ragione».

Nei famosi anni Cinquanta e Sessanta, venendo ammazzati indiscriminatamente e sistematicamente da nord a sud, in Italia i lupi erano quasi del tutto scomparsi, toccando il minimo storico negli anni Settanta. Successivamente, grazie allo status di “specie particolarmente protetta” (L. 157/92), sono tornati a ripopolare la penisola, un poco alla volta, fino alla cosiddetta “esplosione” degli ultimi anni.

Ma attenzione: in realtà, in questo contesto, il tema del lupo è del tutto fuorviante. Abbattere o catturare un lupo costituisce ancora reato, nonostante da marzo 2026 il predatore sia passato da “specie particolarmente protetta” a “specie protetta”. La Proposta di Legge C. 2984 non se ne occupa ulteriormente, né tratta in alcun modo la questione della coesistenza con i «contadini» a cui fa riferimento il consigliere.

La presenza dei grandi predatori preoccupa e divide (complici, sicuramente, i titoli sensazionalistici delle testate locali e nazionali), su questo non si discute. Tuttavia, non presenta alcun nesso teorico o normativo con l’oggetto della riforma.

Focus: il declassamento del lupo

Il cambio di inquadramento giuridico non rende il lupo una specie cacciabile nell’attività venatoria ordinaria. Consente unicamente la gestione tramite il “controllo numerico” previsto dall’art. 19 della normativa nazionale. Eventuali interventi autorizzati devono essere puntualmente motivati, applicati solo dopo il fallimento dimostrato dei metodi di prevenzione incruenti e rimanere coerenti con il mantenimento della popolazione in uno stato di conservazione favorevole (Direttiva Habitat e legge italiana).

Gestione passiva vs gestione attiva (e oche mannare)

«Noi abbiamo fatto una promessa in campagna elettorale» dichiara un’altra consigliera, probabilmente immaginandosi a un comizio di partito. «Sarà incredibile per qualcuni, ma vogliamo rispettare quello che abbiamo promesso. Abbiamo promesso una modifica alla legge 157 del ’92. Questa modifica si è resa necessaria perché dopo trent’anni è cambiato tutto

È vero, quante cose sono cambiate rispetto agli anni Novanta. Ma non è al Britpop che si riferisce la consigliera: «Se noi ci guardiamo intorno, dal punto di vista faunistico, dal punto di vista delle migrazioni, dal punto di vista dell’edificazione e anche dal punto di vista del numero degli esemplari che abbiamo nel nostro territorio… è aumentato».

Non illustra quali siano le specie in aumento, ma dice chiaro e tondo quale sia calata: «Viceversa, drasticamente è diminuito il numero dei cacciatori, come ben sappiamo tutti». Un dato in realtà rassicurante: dai due milioni di cacciatori a piede libero negli anni Sessanta, oggi gli esemplari sono scesi a meno di cinquecentomila.

La questione nella quale si impantana nel modo peggiore, secondo noi, è quella dei diversi approcci alla gestione della fauna selvatica: da un lato la Legge 157/92, dall’altro la PdL C. 2984. In effetti, quest’ultima ci tiene a rimarcare la propria impostazione culturale inserendo proprio la parola “gestione” direttamente nel titolo della Legge (una modifica apparentemente minima, ma dal forte impatto).

«Nel ’92 l’approccio della legge era un approccio conservativo. Perché? Perché avevamo un problema di scomparsa, sia di uccelli che di mammiferi» sostiene la consigliera, tacendo il nome del principale colpevole (l’essere umano) e senza ammettere che il problema persiste. Al contrario, prosegue: «Oggi, invece, abbiamo un problema opposto che riguarda in particolare il cinghiale, ma anche altre specie. Vediamo l’oca selvatica e altri predatori, grandi predatori».

Riguardo a «l’oca selvatica e altri grandi predatori», confidiamo che la consigliera non intenda realmente annoverare l’oca in questione (Anser anser) tra i temibili grandi predatori, e che il qui pro quo sia soltanto il frutto di un mero ingarbugliamento sintattico.

Sul cinghiale (Sus scrofa) – specie la cui prolificità è esplosa a causa dei passati ripopolamenti con ceppi esteri a scopo venatorio – esistono già piani di contenimento e depopolamento volti a eradicare la Peste Suina Africana (che la consigliera, giustamente, cita nel corso dell’intervento) e a limitare i danni all’agricoltura.

Il contributo prospettato dalla Proposta di Legge sul fronte degli abbattimenti, purtroppo, appare oltremodo dannoso: autorizzare la braccata al cinghiale su terreno innevato. Ciò, secondo ISPRA, potrebbe comportare “possibili effetti indiretti sulle specie non target” e, secondo la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, rappresentare un “grave pericolo per la sopravvivenza della piccola fauna stanziale”.

«Se nel ’92 risultava efficace una gestione passiva, ad oggi la gestione passiva non basta più, perché l’autoregolazione della natura è possibile fintanto che la natura ha il cibo che trova in natura» insiste la consigliera. «Certe specie, quali il cinghiale, non trovano più il cibo solo in natura… ma viene anche nelle zone antropizzate alla ricerca di cibo. Quindi, questo comporta un’enorme dimensione… un’enorme quantità di cibo possibile, che aumenta in maniera esponenziale le bestie, insomma.»

Più tardi, un’altra collega ribadisce la medesima tesi: «La legge 157 è del ’92, quindi vecchia, perché tutelava passivamente la fauna, ma adesso bisogna passare a una gestione attiva».

Risulta incomprensibile come si possa definire “passiva” la gestione prevista dalla normativa vigente nei confronti delle specie invasive o considerate in sovrannumero.

Per “gestione passiva” si intende infatti un approccio di mero “non-intervento” o di protezione assoluta, in cui la natura viene lasciata libera di autoregolarsi. Al contrario, la Legge 157/92 dispone una fitta serie di strumenti di intervento diretto dell’uomo sul patrimonio faunistico: dalla pianificazione faunistico-venatoria fino al controllo straordinario – anche al di fuori del calendario venatorio e tramite specifiche deroghe in linea con la Direttiva Uccelli – di ungulati, corvidi e altra fauna autoctona o alloctona considerata “dannosa”.

Infine, una doverosa nota all’uso della parola “bestie. Un vocabolo, in questo contesto, con un’accezione decisamente anacronistica. Si legge su Treccani: “Nome generico di ogni animale, escluso però l’uomo, anzi spesso in contrapposizione all’uomo: lo pensiero è propio atto de la ragione, perché le bestie non pensano (Dante)”. Un termine da evitare, fuori luogo nell’aula di un Consiglio, e a maggior ragione all’interno di un dibattito incentrato sulla tutela della fauna selvatica. Il calendario segna 2026, non 1926.

ISPRA e la questione del 10 febbraio

«Non è neanche detto che ISPRA sia la divinità assoluta» dichiara la stessa consigliera della “gestione passiva”. Sulla grave questione della svalutazione dei pareri di ISPRA, che la PdL C. 2984 vorrebbe declassare da vincolanti a meramente consultivi, sostiene: «ISPRA merita di avere a fianco un comitato faunistico che rappresenti tutte le realtà, tutto l’ecosistema. L’ecosistema è composto anche da noi, dall’uomo, e noi dobbiamo viverci in questo mondo, e convivere con gli animali nel miglior modo possibile, nel rispetto di entrambi. Quindi, la tutela ambientale si affianca alla tutela antropica».

Non crediamo che ISPRA abbia mai puntato a entrare in competizione con la divinità. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale è un ente pubblico super partes, la cui autorevolezza scientifica è riconosciuta a livello internazionale.

Nelle questioni riguardanti la tutela della biodiversità, lo Stato e le Regioni devono guardare a una realtà scientifica come ISPRA. La PdL C. 2984 intende invece equiparare il parere di ISPRA a quello del CTFVN (Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale), un organo consultivo che include rappresentanti delle Regioni e delle associazioni venatorie, e che riflette quindi inevitabilmente gli interessi del settore.

Certamente, la consigliera ha ragione su un punto: l’ecosistema, in senso lato, è composto da tutto. Ed è proprio per questo che a rimetterci siamo tutti quanti – dall’umano alla quercia, dalla cavalletta al lupo – quando l’uomo, nel perseguire i propri interessi senza curarsi dell’impatto sull’ambiente, altera e sbilancia i suoi fragili equilibri.

Sul parere di ISPRA la consigliera prosegue asserendo che «non è mai stato obbligatorio» per poi affermare, dopo svariati ingarbugliamenti linguistici: «Il parere dell’ISPRA era vincolante nel momento in cui le Regioni chiedevano la prolungazione dell’attività venatoria oltre la prima decade di febbraio».

E vi pare poco? Basterebbe considerare anche “soltanto” questo: cacciare oltre il 10 febbraio significa sparare durante la migrazione prenuziale di molte specie di uccelli, con la conseguente e palese violazione della Direttiva Uccelli e il rischio concreto dell’apertura di procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea. Proprio il prolungamento della stagione venatoria e l’eliminazione dei limiti fissati da ISPRA figurano tra gli aspetti più gravi e critici dell’intera PdL C. 2984.

Filosofia e ATC

Dopo aver premesso, senza che ciò abbia alcun nesso con l’ordine del giorno, di non essere contrario alla caccia, un altro consigliere interviene divenendo (forse involontariamente) filosofico. Dice: «Reputo che l’essere umano, insomma… Abbiamo anche il dovere, insomma, di gestire e regolare quello che è la fauna intorno a noi».

Una dichiarazione tranchant su una questione spinosa: l’interpretazione del ruolo dell’essere umano in questo mondo. Conferire alla nostra specie il dovere di «gestire e regolare» la fauna, in questi termini, significa porla in cima alla piramide, o al centro dell’universo, che dir si voglia.

Un concetto poco attuale, secondo noi, che richiama ad una deleteria visione otto-novecentesca. Un approccio culturale che, in effetti, viene rivendicato dalla Proposta di Legge sin dalla già citata idea di aggiungere la parola “gestione” al titolo della Legge 157/92.

Filosofia a parte, il consigliere, per fortuna, si dice contrario alla PdL C. 2984, criticando il depotenziamento di ISPRA e la semplificazione della gestione territoriale. Questo secondo punto fa riferimento alla proposta di riorganizzare gli attuali Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) – pensati originariamente come ambiti circoscritti per stimolare la cura e la responsabilità dei cacciatori verso il proprio territorio – allargandone i confini e favorendo una caccia priva di veri vincoli di presidio locale.

La discussione tra coltello e forchetta

L’incipit di un altro consigliere, decisamente inadeguato a un contesto che dovrebbe mantenere toni seri e formali, trasforma il dibattito in ciacole da bar: «Io credo che questo sia un bellissimo argomento, visto che siamo nel periodo, da trattare alla Festa dell’Unità, domani, davanti un piatto di costicine, o uno spiedo, visto che parliamo di animali».

Non sapremmo dire se l’intento sia strappare una risata o cos’altro, ma riteniamo che l’aver riportato alla lettera le sue parole sia già sufficiente ai fini della nostra narrazione.

Lo stesso consigliere, perseverando nel non centrare il punto della discussione, continua imperterrito: «Mi sento abbastanza ipocrita anche nell’esprimere delle considerazioni, per il fatto che parliamo di questa cosa qua, poi andiamo a casa e mangiamo pollo. Abbiamo milioni di polli macellati, per esempio, in Italia, non ci preoccupiamo degli allevamenti intensivi e quant’altro».

Lo ribadiamo: la questione fondamentale dell’ordine del giorno è dichiararsi contrari alla PdL C. 2984, che peggiora la legge sull’attività venatoria, non dichiararsi a favore o contro la caccia in generale, e sicuramente non discutere le scelte alimentari personali. Il tema degli allevamenti intensivi è senz’altro importante, ma non ha alcun nesso con l’ordine del giorno in discussione.

Al consigliere sentiamo dire, qua e là nel corso del suo intervento, diverse affermazioni disorganiche: da «Non conosco assolutamente la materia caccia e quant’altro» a «Spesso la mancanza di una certa tipologia di fauna va a riscontrarsi nella mancanza, per esempio, di aree erbose, pascoli e quant’altro»; da «Io tendenzialmente sono contro la caccia, assolutamente, non sono cacciatore, non ho familiari cacciatori, eccetera, non provo gusto nell’uccidere delle bestie per consumo, sport, eccetera, assolutamente» fino a «Abbiamo molto bosco e poche zone erbose, diciamo la verità».

Un altro intervento che, mancando la conoscenza dell’argomento, non ne segue affatto i binari. Gli risponde senza giri di parole una collega consigliera, che osserva: «Francamente, mi pare che le argomentazioni che sono state addotte non c’entrino assolutamente niente».

Più tardi, nell’esprimere la propria dichiarazione di voto, un altro consigliere afferma: «È evidente che in tutta questa vicenda c’è fondamentalmente dietro un po’ d’ipocrisia che prende tutti, prende anche il sottoscritto, che non mangia carne e pesce ma capisce che c’è lo step successivo, che è: se veramente volessi portare questo pensiero alla conseguenza corretta dovrei essere vegano per rispettare completamente gli animali». Di nuovo: no comment.

Tra coltello e forchetta anche altre affermazioni, tra le quali l’infelice uscita di un ulteriore consigliere. Pur essendo favorevole all’ordine del giorno, egli scade in un’affermazione di pancia (letteralmente), con il solo risultato di offrire ai colleghi “avversari” un pretesto per sminuire le sue altre considerazioni (corrette e condivisibili): «Le beccacce, tutto sommato, non mi dispiace se le trovo sul tavolo».

Una valida argomentazione

Gusti culinari a parte, quest’ultimo cita almeno una tra le ragioni fondamentali per opporsi alla PdL C. 2984: «Ha senso che si aumenti la pressione su alcune specie che sono già in sofferenza? Lo sono magari perché non ci sono più i prati, può essere, questo è un ulteriore problema. Ma ha senso aumentare questa pressione venatoria su tordi, merli, allodole, beccaccia, beccaccino, pernice bianca, gallo forcello, coturnice e così via? A mio parere assolutamente no, e questo va assolutamente rivisto».

Finalmente, con queste affermazioni, qualcuno rammenta ai presenti un punto cruciale. La caccia, in Italia, grava senza alcuna ragionevole motivazione su ben 36 specie di uccelli selvatici. Pertanto, risulta intellettualmente disonesto sventolare la bandiera della “caccia di selezione” – citando la famosa invasione degli ungulati in Valbelluna – per giustificare un sistema che continua ad autorizzare l’abbattimento di specie in profonda sofferenza.

Come se non bastasse, alla già spaventosa lista di uccelli cacciabili, la PdL C. 2984 aggiunge l’oca selvatica (Anser anser) e il piccione di città (Columba livia var. domestica), senza il supporto di alcuna evidenza scientifica.

Riguardo allo stato di conservazione dell’avifauna italiana, ISPRA rammenta che dai dati raccolti in Italia per il reporting 2019-2024 richiesto dalla Direttiva Uccelli, emerge che circa il 35% delle specie ornitiche nidificanti è in declino, con cali più severi che interessano gli uccelli legati agli ambienti agricoli. Per questa ragione, l’Istituto evidenzia: “Sarebbe stato auspicabile prevedere l’esclusione di almeno qualche specie attualmente oggetto di prelievo venatorio e con uno stato di conservazione particolarmente sfavorevole, quali ad esempio la pernice bianca o l’allodola”.

Un Consiglio sprecato

Con 11 consiglieri favorevoli, 14 contrari e 3 non votanti, il Consiglio comunale di Belluno del 31 luglio 2026 boccia la proposta di ordine del giorno presentata dai consiglieri Olivotto, Garzotto e Bettiol. Una preziosa occasione per schierarsi a tutela dell’ambiente del tutto sprecata: un’opportunità che altri Consigli comunali, tra cui Cuneo e Bologna, hanno invece saputo cogliere con ben altra maturità istituzionale, approvando documenti analoghi di ferma opposizione alle riforme regressive della caccia.

Un vero peccato. Ma a rendere il fatto ancor più amaro è il dover constatare la generale approssimazione scientifica e giuridica con cui è stata affrontata la materia nella sala consiliare di Palazzo Rosso.

La Proposta di Legge C. 2984 è, a tutti gli effetti, un attacco alla Legge 11 febbraio 1992, n. 157, oltre che una sconsiderata concessione al mondo venatorio e a una parte di quello agricolo. La Legge 157/92 – pur rimanendo perfettibile! – è il frutto di decenni di lotte ambientaliste e scientifiche: fondata sul recepimento della Direttiva Uccelli, sancisce che la fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato” e tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale, superando almeno in parte la vecchia concezione otto-novecentesca dell’animale come mera risorsa da cacciare.

Oggi rischia di venire svuotata dall’interno, privata di molti dei suoi aspetti migliori a causa di una riforma che ne peggiora deliberatamente il peggiorabile, per dare più spazio all’uomo cacciatore a discapito della salvaguardia della natura, ignorando qualunque fondamento scientifico e senza alcuna lungimiranza.

Viene il sospetto che i consiglieri del capoluogo dolomitico non abbiano fatto i compiti a casa, prima del voto. Alcuni, forse, non hanno neppure aperto il libro di testo, e meriterebbero di venire rimandati a settembre (mese in cui, ironia della sorte, si riaprirà anche la stagione venatoria).


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