Guga hunt, una strage degli innocenti

Guga hunt, una strage degli innocenti

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Testo di Niccolò Sovilla

Una minuscola isola rocciosa, inospitale e disabitata, emerge dalle gelide acque dell’Atlantico, quaranta miglia a nord dell’isola di Lewis, la più settentrionale delle Ebridi Esterne.

A testimoniare l’occasionale presenza umana, abbarbicati sulle sue aguzze falesie, erose dal tempo, si trovano solamente i resti di un’antichissima cella eremitica, conosciuta come Taigh Beannaichte (“Casa Benedetta”), cinque bothy rudimentali ed un più recente – ma non meno drammatico – faro automatico, regolarmente danneggiato dalle burrasche. Niente acqua potabile, pochissima vegetazione, nessuna strada, nessun molo d’attracco per i naviganti di passaggio.

Nomen omen: quest’isola si chiama Sula Sgeir, che in gaelico scozzese significa “isolotto delle sule”. Le onde che vi si infrangono furiosamente, infatti, non disturbano altri che i numerosi uccelli che vi trovano rifugio, tra i quali urie, gazze marine, uccelli delle tempeste, fulmari, cormorani e, appunto, coloro che le danno il nome: le sule.

Con scogliere alte fino a 75 metri, a picco sui flutti, la Natura non ha creato Sula Sgeir per per gli esseri umani. Eppure, nel mese di agosto, da essa si innalza un pennacchio di fumo ed un forte odore di piume e carne bruciate satura l’aria. Indizi che tradiscono ciò che avviene tra le sue rocce selvagge, ogni anno (con rare eccezioni) dal XV secolo ad oggi, per mano dell’uomo: la tradizionale mattanza delle sule bassane, una vera e propria strage degli innocenti.

Guga hunt, sanguinosa tradizione scozzese

La Scozia è celebre per i suoi straordinari paesaggi naturali, le splendide città, i suggestivi castelli, la cornamusa, il tartan, il kilt, il whisky, il mostro di Loch Ness… Per queste e tante altre cose, come l’avere dato i natali ad autori del calibro di Sir Walter Scott, Robert Louis Stevenson e Arthur Conan Doyle.

Profondamente radicate nella cultura degli scozzesi sono molte antiche tradizioni, tra le quali il cosiddetto guga hunt è oggetto di forte dibattito negli ultimi anni. È così che si chiama la caccia alla sula bassana sulla rocciosa Sula Sgeir, “guga” essendo il nome di questo uccello in lingua gaelica.

Una tradizione sanguinosa che sopravvive ai secoli, nonostante le sempre più diffuse consapevolezze e sensibilità ambientali della nostra epoca e nonostante le accanite proteste del mondo ambientalista, ecologista e animalista.

Come avviene il guga hunt

Nel buio dell’una di notte di un giorno di agosto, dieci uomini provenienti dal villaggio di Ness salpano dall’isola di Lewis su di un peschereccio, alla volta di Sula Sgeir, portandosi appresso tutto l’occorrente per trascorrere due settimane di caccia ininterrotta sull’inospitale isolotto, accampati in primitive casupole di pietra: cibo, corde, pertiche, barili, attrezzi vari.

Procedono verso nord-ovest per 38 miglia, giungendo alla meta dopo sei ore di navigazione. Gettano l’ancora al largo, poi raggiungono l’isola su di un gommone, riuscendo ad approdare solo se il vento non spira da est, ed infine scaricano il materiale il più rapidamente possibile.

Nei giorni successivi i cacciatori di sule prelevano le loro vittime dalle scoscese scogliere, dove queste riposano inermi. Gli esemplari cacciati sono i giovani non ancora in grado di volare. Prede facili, non fosse per l’impervietà del terreno di caccia, che non hanno modo di fuggire.

Un giovane esemplare di sula bassana. (Bardrock, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

Un lavoro eseguito in coppia, impiegando pressappoco lo stesso cruento metodo da cinquecento anni, che gli abitanti di Ness tramandano di generazione in generazione. Un uomo cattura la preda direttamente dal nido, passandole un cappio attorno al collo mediante un’asta lunga circa tre metri. Dopodiché, la consegna al proprio compagno, il quale la abbatte sferrandole un colpo alla testa con un bastone.

“Ci vogliono tre secondi, tutto qua. Gli uccelli non si spaventano. Quasi non li disturbi. Non è per niente crudele” dichiara uno di questi al quotidiano The Guardian in un’intervista del 2006.

La lavorazione delle carni delle sule uccise avviene già sull’isola. Appollaiati sull’orlo della scogliera, circondati da un impressionante turbinio di piume bianche, gli uomini si occupano alacremente delle carcasse: le spennano, strinano, strofinano, eviscerano ed infine le salano, disponendole in un’enorme lugubre catasta concentrica che fa da macabro compagno ai tumuli di pietre lasciati dalle generazioni precedenti.

Il senso di comunità

Le tradizioni locali, a maggior ragione se così uniche come questa, possono infondere nei loro affezionati sostenitori un senso di appartenenza di difficile comprensione per l’osservatore esterno. Sullo sfondo del progressivo invecchiamento demografico di comunità remote come Ness, del proliferare delle locazioni turistiche di breve durata e della scomparsa dell’idioma gaelico, un villaggio che riesce a far sopravvivere le proprie antiche usanze si sente probabilmente in grado di imprimere un’impronta ben visibile sulla grande e caotica mappa del mondo. Un mondo frenetico che, spesso, dà l’idea di lasciare indietro proprio coloro che amano perpetuare gli usi d’un tempo.

In un’intervista, forse colto da un eccesso di orgoglio campanilistico, un deputato scozzese compara il guga hunt alle epiche imprese degli antichi vichinghi. Coloro che praticano questa attività, d’altronde, sull’isola natia godono di uno “status leggendario. Non la reputano uno sport (quale, invece, è considerata la caccia in altri contesti) e neppure una tradizione, bensì una vera e propria necessità. La descrivono come un lavoro durissimo che ha sempre fatto parte della loro vita.

“Sei là fuori, nella buona e nella cattiva sorte, insieme agli altri uomini” si legge nell’articolo del Guardian. “L’anno scorso è stato il peggiore in assoluto. C’è stata una burrasca spaventosa. Gli spruzzi d’acqua volavano da una parte all’altra dell’isola e i tetti dei rifugi sono stati spazzati via. Ma è comunque bello fare questo lavoro.”

Il guga hunt è l’eredità di ciò che le comunità costiere dell’Europa settentrionale facevano regolarmente fino ad appena un secolo fa, come strategia di sopravvivenza ed essenziale fonte di sostentamento, secondo uno storico dell’isola di Lewis. Lo studioso racconta: “Correvo a casa da scuola quando sentivo che la barca era tornata. Facevamo un grande banchetto. La tradizione è ancora forte a Ness, e i giovani desiderano tuttora parteciparvi. In passato era molto più difficile. Prendevano il mare a remi, su imbarcazioni prive persino di bussola”.

Alcuni descrivono questa caccia “un abbattimento controllato e responsabile”, un’attività che “immette risorse nell’economia locale preservandone il patrimonio culturale”.

La rarità gastronomica

Ma che fine fa la carne delle sule bassane? Viene consumata, naturalmente, ed è proprio l’aspetto culinario a completare il quadro di questa tradizione. Proprio a noi italiani, spesso noti nel mondo per fare della cucina una questione di vita o di morte, dovrebbe essere facilmente comprensibile come il senso di appartenenza ad una comunità possa essere ritrovato anche sul piatto, tra coltello e forchetta.

Le sule di Sula Sgeir, un tempo essenziali nella dieta invernale della popolazione di Ness, oggi sono considerate un cibo prelibato. Una costosa rarità gastronomica, più che un alimento di sussistenza, che al ritorno dell’equipaggio viene venduta sulla banchina a cifre considerevoli.

“Il sapore ricorda vagamente lo sgombro sotto sale, ma è decisamente più intenso” si apprende dalla Scottish Food Guide. “Sebbene si tratti di un volatile, ha il gusto di un pesce grasso e saporito!”

Altri descrivono il gusto della sula, che viene servita con patate e latte, “una via di mezzo tra un’aringa affumicata e una bistecca, o una sorta di oca salata”. C’è poi chi parla di qualcosa “a metà strada tra il cuoio marcio e il manzo al sapore di pesce”, forse non proprio un estimatore. Infine, in molti ammettono francamente di trovarlo “un sapore particolare che si impara ad apprezzare” (il che non promette bene).

La lotta di chi ama la natura contro il guga hunt

Tradizione, costume, sapore, orgoglio: elementi che non trovano terreno fertile tra le fila delle associazioni ambientaliste. Il concetto chiave è: nel ventunesimo secolo, continuare ad uccidere in nome di questi “valori”, in assenza di una reale necessità, è puro anacronismo.

Charlotte Smith, esponente dell’organizzazione no profit Protect the Wild, sostiene che la tradizione, da sola, non giustifica la crudeltà o il danno ecologico. “Vi sono state molteplici pratiche storiche, quali i combattimenti con gli orsi, che un tempo venivano difese in quanto retaggio culturale, a cui tuttavia le società hanno giustamente posto fine” dichiara. “Ritengo che possiamo continuare a onorare la nostra eredità culturale senza che vi sia implicata alcuna crudeltà verso gli animali.”

E aggiunge: “Il metodo di uccisione dei pulcini è stato riconosciuto come disumano e barbaro dalle principali organizzazioni per la tutela degli animali, come lo Scottish SPCA (Society for the Prevention of Cruelty to Animals)”.

Il quadro normativo

La sula bassana è citata nell’AEWA (Accordo sulla conservazione degli uccelli acquatici migratori dell’Africa-Eurasia) e nella Direttiva Uccelli dell’UE. In Europa è segnalata all’interno di 34 IBA marine (Important Bird and Biodiversity Area) e in 9 ZPS (Zone di Protezione Speciale). Si tratta di una specie rigorosamente tutelata a livello internazionale, in particolare dall’Allegato II della Convenzione di Berna.

Sule bassane sulle rocce. (Foto tratta da Wikimedia Commons)

Nel Regno Unito l’uccisione delle sule è proibita dal 1954. Tuttavia, il Wildlife and Countryside Act 1981 (la principale normativa del Regno Unito per la protezione della natura, della fauna selvatica e degli habitat), alla sezione 16, specifica che tale divieto non si applica sull’isola di Sula Sgeir, se l’uccisione ha lo scopo di procurare cibo per il consumo umano.

Il potere di garantire licenze di caccia alla sula bassana sull’isola spetta a NatureScot, l’agenzia del governo scozzese per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, della fauna e del paesaggio della Scozia, precedentemente nota come Scottish Natural Heritage.

Ad oggi, quindi, è a causa di questa concessione in deroga se, in barba alle protezioni, per la specie Morus bassanus sull’isola di Sula Sgeir non c’è pace.

Vince chi mangia più in fretta

Nel 2013 nel villaggio di Ness ha luogo la prima (ed ultima) edizione del World Guga Eating Championship (Campionato Mondiale di Consumo di Guga), nel quale i concorrenti devono mangiare mezza guga e una porzione di patate quanto più velocemente possibile. Per dovere di cronaca, diremo che a vincere è un trentatreenne di Glasgow (originario di Ness) che dà fondo alla propria razione in soli tre minuti e quarantaquattro secondi… Ma non è questo il punto…

Come c’è da aspettarsi in un mondo sempre più attento alle questioni etiche legate all’alimentazione, agli sprechi, all’ecologia e all’ambiente, questa competizione di dubbio gusto lascia i difensori della natura con l’amaro in bocca. Nel 2014, una petizione online, promossa dall’organizzazione nordamericana Care2, raccoglie circa settantamila firme per fermare l’annuale strage.

Nonostante le proteste, nel 2016 l’allora Scottish Natural Heritage dichiara il guga huntsostenibile e, poiché la legge lo consente, continua a concedere licenze di caccia agli abitanti di Ness.

Cacciare meno non è la soluzione

Fino al 2021, l’agenzia fissa a duemila il limite di esemplari di Morus bassanus che si possono uccidere annualmente su Sula Sgeir per il consumo umano. C’è poi un’interruzione delle licenze di caccia per tre anni consecutivi (2022-2024), dovuta all’esplosione dell’influenza aviaria. Il guga hunt riprende nel 2025 ma, a causa dell’epidemia, NatureScot riduce a cinquecento il tetto massimo di abbattimenti.

Cacciare sì, quindi, ma meno. Agli amanti della natura non basta: l’ovvia prosecuzione è una nuova raccolta firme per fermare il guga hunt una volta per tutte, presentando poi la mozione popolare in parlamento. Ad avviare la macchina è la pluripremiata fotografa naturalista Rachel Bigsby, cui si aggiunge Protect the Wild e la cui petizione, a cavallo tra il 2025 e il 2026, ottiene oltre centomila adesioni.

Questo il testo dell’appello di Rachel Bigsby, lanciato il 3 novembre 2025:

“Ho dedicato la mia vita agli uccelli marini della Scozia, scattando fotografie per il National Geographic mentre l’influenza aviaria devastava le colonie e vincendo i premi Wildlife Photographer of the Year (Natural Artistry) e Bird Photographer of the Year (Portfolio). Ho trascorso anni a fare volontariato sulle isole scozzesi popolate da uccelli marini, collaborando anche con lo Scottish Seabird Centre, lavorando sul campo per proteggere questi uccelli che amo così profondamente. L’annuale guga hunt non è più una tradizione: è uno sport sanguinario. Questa abominevole crudeltà risale a secoli fa, quando le comunità isolane dipendevano dagli uccelli marini per nutrirsi, ma oggi non è più una necessità. Nonostante le perdite catastrofiche causate dall’influenza aviaria e le inimmaginabili minacce quotidiane, la caccia continua. Dopo essere sopravvissute a un inverno in mare, le sule tornano sulle nostre coste per crescere un prezioso pulcino insieme al compagno di una vita. Dopo mesi di devozione, quel pulcino viene strappato via, bastonato e strangolato nel fiore della vita. Supplico il Governo scozzese: mettete fine a questa crudeltà, proteggete le sule e permettete loro di riprendersi.”

A fine maggio 2026, l’agenzia NatureScot dichiara sul proprio sito istituzionale che, nonostante “i forti sentimenti” espressi contro questa mattanza, le licenze, qualora richieste, continueranno a venire concesse, semplicemente perché il Wildlife and Countryside Act 1981 lo prevede. Inoltre, chiarisce che il numero di cinquecento esemplari si basa su evidenze scientifiche.

“Nel valutare la concessione di una licenza, esaminiamo l’impatto del disturbo, compreso lo stress, sul comportamento degli adulti, sulla frequenza di alimentazione dei pulcini e sul successo riproduttivo di ciascuna delle specie che nidificano nella ZPS (Zona di Protezione Speciale) di North Rona e Sula Sgeir” dice un portavoce dell’agenzia. “Qualora la licenza venisse rilasciata, essa includerebbe condizioni volte a evitare o ridurre al minimo il disturbo, stabilendo tra l’altro che i siti di nidificazione del fulmaro e dell’uccello delle tempeste debbano essere salvaguardati.”

Anziché prendere una posizione più radicale, l’autorità che dovrebbe proteggere la natura scozzese si nasconde dietro ad un vecchio ritornello: “è la legge”. Questa la critica degli ambientalisti. Come si dice, tutto il mondo è paese…

Una veduta di Sula Sgeir. (Photo © john m macfarlane (cc-by-sa2.0))

Le evidenze scientifiche

La Scozia, oggi, è tra i Paesi ad aver subito il maggior impoverimento naturalistico al mondo: quasi due terzi delle sue specie di uccelli marini hanno registrato un declino negli ultimi vent’anni, con alcune popolazioni che hanno subito riduzioni superiori al 50%. Inoltre, ultimamente le specie ornitiche scozzesi hanno dovuto affrontare il devastante impatto dell’influenza aviaria, che ha causato decessi di massa per molte specie, incluse decine di migliaia di sule bassane.

La stessa sula bassana è ora inclusa nella “lista arancione (specie in stato di conservazione sfavorevole, vulnerabili o in ripresa) del BTO (British Trust for Ornithology), nonostante l’IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) la consideri a “rischio minimo”.

Secondo diversi studi, risulta uno tra gli uccelli più colpiti dal bycatch* nell’Atlantico, a causa delle sue abitudini alimentari, ed è particolarmente a rischio d’impatto con le pale degli impianti eolici offshore.

* Il bycatch è la cattura accidentale, durante le operazioni di pesca, di specie non bersaglio, e rappresenta un gravissimo problema per la conservazione della biodiversità marina. Nel 2024 la Commissione europea, facendo seguito alla denuncia della Lipu, ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver attuato le misure previste dalle Direttive Habitat e Uccelli volte a prevenire il bycatch.

Come altri uccelli marini, poi, corre il pericolo di impigliarsi nei rifiuti di plastica galleggianti e nelle reti da pesca dismesse, ed è stato rilevato come questi rifiuti possano trovarsi e venire ingeriti persino all’interno delle colonie di riproduzione stesse.

Infine, è molto vulnerabile alle malattie altamente patogene, come si è visto nel caso dell’influenza aviaria H5N1.

Ed è proprio dal calo dovuto all’influenza aviaria che la colonia di sule bassane di Sula Sgeir non si è ancora ripresa, nonostante i tre anni consecutivi di sospensione della caccia sull’isola.

Sula Sgeir è l’unica colonia di Morus bassanus in Scozia ad essere scesa sotto il proprio livello di base: il conteggio dei siti apparentemente occupati, infatti, è attualmente al di sotto dei livelli di riferimento per i quali l’area è stata legalmente tutelata come ZPS nel 2001. Ad oggi, la colonia non appare resiliente e in fase di recupero, bensì soppressa da pressioni a lungo termine, inclusa la brutale mattanza dei giovani. Qualsiasi altra colonia di sule designata come ZPS è aumentata negli anni, rispetto alla data della sua istituzione.

L’accusa

Secondo le associazioni ornitologiche, NatureScot ha continuato per anni a concedere licenze di caccia senza disporre di sufficienti dati scientifici sullo stato della colonia.

La RSPB (Royal Society for the Protection of Birds, ovvero la “Lipu” britannica, per così dire) esorta l’agenzia ad “intraprendere un monitoraggio annuale con i droni delle sule nidificanti a Sula Sgeir, affinché le decisioni future in materia di licenze si basino sulle informazioni più accurate e aggiornate possibili riguardo alla salute della colonia”.

Inoltre, l’associazione (anch’essa, come noi, partner di BirdLife International) invita NatureScot a sospendere la concessione delle licenze finché non saranno soddisfatte due condizioni:

  • prove evidenti che la popolazione di sule si sia ripresa ai livelli precedenti all’influenza aviaria;
  • riduzione del livello di rischio nazionale di influenza aviaria per gli uccelli selvatici (attualmente “molto alto”) a “medio” o inferiore.

La stessa NatureScot “tradisce” i propri modelli previsionali, ampiamente ottimistici. L’agenzia ammette che anche “soltanto” il prelievo di cinquecento giovani all’anno sopprime la crescita demografica a lungo termine.

La colonia, secondo i calcoli, non recupererà le dimensioni del 2013 prima di venticinque anni, neppure in uno scenario ideale che non tenga in considerazione la mortalità legata a possibili pressioni esterne, quali un’altra epidemia di influenza aviaria, la carenza di risorse alimentari, gli impatti con parchi eolici offshore e le condizioni meteo avverse.

La posizione di Protect the Wild è: in queste condizioni, autorizzare il guga hunt non solo non rappresenta una gestione cautelativa, ma costituisce anche un ingiustificabile azzardo sulla pelle di una colonia protetta già in declino.

D’altronde, NatureScot ha ammesso, in passato, che la licenza per la caccia alla sula non riguarda la gestione conservazionistica, bensì il mantenimento di una tradizione culturale. In altre parole, un’agenzia per la protezione della natura sta autorizzando l’uccisione di una specie non con il supporto della scienza, ma perché lo esige la tradizione. Un’esenzione culturale alle leggi sulla conservazione della natura che ora collide con la realtà ecologica.

La responsabilità della Scozia

Sula Sgeir ospita il 6% della popolazione nidificante di sula bassana nel Regno Unito, e la Scozia ospita circa la metà della popolazione globale di questa specie. Il Paese ha quindi oggettivamente la responsabilità internazionale di proteggerla, ponendo la conservazione al di sopra della tradizione.

Priorità assoluta sostenuta anche dallo Scottish Seabird Centre, organizzazione benefica per la conservazione degli ecosistemi marini, che condanna il guga hunt, pur riconoscendone il patrimonio culturale, in quanto esso si scontra con le già citate sfide che oggi minacciano le popolazioni di uccelli marini.

Al di là delle vittime dirette del guga hunt, bisogna inoltre considerare le altre specie presenti su Sula Sgeir. Protect the Wild ha dimostrato, ad esempio, come questa tradizione metta in pericolo anche l’uccello delle tempeste codaforcuta (Hydrobates leucorhoa), classificato nella “lista rossa” dell’IUCN e di BCC (Birds of Conservation Concern).

Se la violenza è un trend, scegliamo la Natura

Chi, come noi della Lipu, ama tutta la natura e si spende per proteggerla, di fronte all’agire del cacciatore non può che chiedersi il senso di quell’uccisione.

Almeno nella parte di mondo in cui ci troviamo, ad un piatto a base di selvaggina si contrappongono infinite alternative: cacciare non è più una necessità, non è più una questione di sopravvivenza. Nonostante ciò, ancora oggi, la caccia continua a fare danni. Rappresenta un importante pericolo per la biodiversità e costituisce un problema ambientale, sociale ed etico.

Il guga hunt non fa certo parte della nostra tradizione; è una realtà che appartiene ad un Paese con una storia, una cultura, un territorio diversi dai nostri, seppur anch’essi europei. E forse per questo non dovremmo permetterci di dire la nostra?

La diciamo eccome, perché, leggendo che in Scozia ci si chiede se la mera tradizione possa giustificare la crudeltà o il danno ecologico, non possiamo fare a meno di trovare un parallelismo con quanto avviene quaggiù in Italia. Ammazzare una sula bassana non è forse come ammazzare un’allodola, una coturnice, una beccaccia?

In questo preciso momento, proprio nel nostro Paese, un disegno di legge prevede la liberalizzazione dell’attività venatoria. Un disegno di legge che, tra le tante altre scelleratezze, abbatte le tutele sugli uccelli migratori, rendendoli cacciabili durante il delicatissimo periodo della migrazione preriproduttiva, quando stanno per raggiungere le aree dove riprodursi.

Si tratta di un attacco nei confronti di quegli stessi uccelli migratori che, come tutta la fauna (e come la sula bassana), ignorano i confini politici e non appartengono ad un Paese o a quell’altro, concetti esclusivamente umani. Attaccare la “nostra” natura, perciò, significa attaccare la natura “di tutti”.

Ecco perché noi ambientalisti ci troviamo immediatamente ad empatizzare con le “altrui” battaglie. Il pianeta è uno ed uno soltanto, e tutte le battaglie ambientali ed ecologiche, in realtà, non sono mai “altrui“, ma ci riguardano tutti. La protezione dell’Amazzonia, della laguna di Vjosa-Narta, della Riserva del Litorale Romano, dell’Arctic National Wildlife Refuge e di infiniti altri luoghi diventa tutt’uno con la difesa della colonia di sule bassane di quell’inospitale isolotto roccioso che è Sula Sgeir.

L’importanza di questo concetto senza tempo si rinnova continuamente proprio in questi anni, in questi mesi, in questi giorni, oggi stesso. Stiamo vivendo un’epoca che – di nuovo – tende alla violenza, nelle innumerevoli forme che essa assume. Le guerre tra esseri umani, tra gli infiniti effetti collaterali, hanno anche l’annientamento della biodiversità nei territori coinvolti, uno scenario sotto gli occhi di tutti noi. In un mondo simile, smettere di proporre più caccia, più morte, più distruzione è semplicemente un dovere.

E dunque, se la violenza è un trend, noi tutti scegliamo la Natura, la cui difesa, come gli uccelli migratori, non fa caso ai confini politici.


Una stupenda sula bassana in volo (Frédéric CLOITRE, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

La sula bassana, maestoso uccello marino

Ora che avete letto quanto avevamo da raccontarvi a proposito del guga hunt, un focus sulla specie oggetto delle nostre attenzioni è doveroso!

Dominio: Eukaryota | Regno: Animalia | Phylum: Chordata | Classe: Aves | Ordine: Suliformes | Famiglia: Sulidae | Genere: Morus | Specie: M. bassanus | Nomenclatura binominale: Morus bassanus (Linnaeus, 1758)

La sula bassana (Morus bassanus), con la sua apertura alare di 170-190 cm, è un uccello marino piuttosto imponente, il più grande tra i Sulidi, famiglia cui appartiene.

La forma degli adulti, bianchi con sfumature gialle sulla testa e le punte delle ali nere, è inconfondibile: collo, becco, ali e coda sono lunghi e appuntiti. I giovani hanno inizialmente un piumaggio completamente grigio-marrone, ad eccezione delle penne caudali superiori che sono biancastre. Il loro colore cambia gradualmente fino al raggiungimento dell’aspetto tipico degli adulti, verso il quinto anno d’età.

Il volo è un alternarsi di battiti d’ali abbastanza veloci, lievi e uniformi e di brevi planate. In condizioni molto ventose, sfiora l’acqua come una berta. Durante il volo planato tiene le ali dritte, somigliando, da lontano, ad una croce.

Per pescare tra i banchi di pesci pelagici, di cui si nutre, compie straordinari tuffi ripidi e diagonali da un’altezza di 10-40 metri, piegando le ali all’indietro appena prima di colpire la superficie dell’acqua a notevole velocità. Talvolta segue i pescherecci, e tende a formare grandi raduni dove il cibo è più abbondante.

La sua riproduzione avviene tra marzo e aprile, solitamente in grandi colonie sulle scogliere o sulle isole al largo, talvolta anche sulla terraferma. La sula bassana raggiunge la maturità sessuale tra il quarto e il settimo anno di vita, e ciascuna coppia produce un solo pulcino all’anno. Ciò significa che le colonie possono impiegare molto tempo a riprendersi da eventuali perdite improvvise.

L’areale della specie comprende l’Atlantico settentrionale, incluse le coste del Canada, degli Stati Uniti, della Scandinavia e dell’Africa del Nord. Prende il nome scientifico da Bass Rock, l’isola scozzese che ne ospita la più grande colonia al mondo, con circa 75.000 coppie.

Bass Rock, in Scozia. I puntini bianchi… sono le sule! (Ben Clarke, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

Le fonti di questo articolo

Per coloro che ancora non ne hanno avuto abbastanza ed intendono approfondire autonomamente l’argomento, ecco la lunga lista di fonti utilizzate per scrivere questo articolo. Buon divertimento!


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