Aperta la stagione venatoria 2026-2027. La caccia tutela davvero la biodiversità?

Aperta la stagione venatoria 2026-2027. La caccia tutela davvero la biodiversità?

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Testo di Niccolò Sovilla – Delegato Lipu di Belluno

Da ieri, domenica 20 settembre 2026, fino al 31 di gennaio 2027, nel nostro Paese, ben quarantanove specie animali faranno nuovamente da bersagli mobili per i fucili dei cacciatori.

«Dopo l’apertura anticipata effettuata nella quasi totalità delle regioni, nonostante un’estate da caldo record con siccità e incendi, che avrebbe dovuto indurre il Governo ad annullare le preaperture, oltre 400.000 cacciatori sono pronti a scendere in campo armati di fucile» si legge nel comunicato stampa della Lipu di pochi giorni fa.

In Veneto la preapertura quest’anno non è stata concessa, ma da ieri anche qui, come nel resto d’Italia, si è ripreso a premere il grilletto.

«L’apertura della nuova stagione venatoria è sempre una pessima notizia» dichiara Alessandro Polinori, presidente Lipu/BirdLife Italia nel comunicato stampa «ma quest’anno ancor di più, con lo strappo della maggioranza che ha voluto calendarizzare a novembre la proposta di riforma. Una grave forzatura istituzionale, che impedisce il confronto democratico su un provvedimento che rischia di incidere pesantemente sulla biodiversità e sugli ecosistemi, elementi riconosciuti come fondamentali dalla Costituzione, ma anche sulla sicurezza dei cittadini».

Il riferimento, naturalmente, è alla Proposta di Legge C. 2984 (già Disegno di Legge S. 1552), che punta a modificare la Legge 157/1992 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sul prelievo venatorio. Un testo approvato al Senato lo scorso 23 giugno e contro il quale la Lipu e le altre associazioni ambientaliste si battono sin dalla prima stesura, con il supporto del mondo scientifico, altrettanto contrario alla riforma.

Alcune delle 36 specie ornitiche cacciabili in Italia secondo la Legge 157/1992.

Troppe specie cacciabili

A legge vigente, le specie cacciabili in Italia sono, appunto, quarantanove: tredici mammiferi e ben trentasei uccelli.

La PdL C. 2984 porterebbe il conteggio a cinquantuno, aggiungendo a questa lista due specie in più – l’oca selvatica (Anser anser) e il piccione di città (Columba livia var. domestica) – sullo stato di conservazione delle cui popolazioni, tuttavia, non è stato fatto alcuno studio. Oltretutto, si è deliberatamente voluto ignorare il rischio di disturbo o di abbattimento accidentale di specie consimili protette o in sofferenza.

D’altra parte, è evidente come il testo della riforma manchi totalmente di un approccio scientifico e oggettivo sul problema delle ripercussioni del prelievo venatorio sulla conservazione della fauna selvatica. Al contrario, la Proposta di Legge conferisce ai cacciatori il ruolo di bioregolatori, dichiarando che la caccia «concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema». Eppure, la realtà è un’altra.

Guardando al passato troviamo conferma del potenziale distruttivo del prelievo venatorio. Animali precedentemente sterminati dagli spari e dalle trappole senza alcun limite perché considerati nocivi dalla legge stessa (il Regio Decreto 1016/1939) o per colpa di pregiudizi e superstizioni, con la Legge 968/1977 dovettero venire inseriti nella lista di “specie particolarmente protette” perché la loro sopravvivenza era appesa a un filo.

Naturalmente, erano altri tempi: la caccia era un fenomeno di massa, profondamente tradizionale, e la praticavano milioni di italiani. Oggi, tuttavia, pur il numero di cacciatori essendosi ridotto a meno di un quarto, va ricordato che è anche il mondo stesso ad essere cambiato in maniera radicale. Soprattutto, è cambiato drasticamente il contesto naturale in cui avviene tutto ciò.

L’attività venatoria continua anche nel nostro secolo ad infierire su specie già in forte sofferenza, non facendo che sommarsi alle tante altre minacce per la biodiversità: monocolture, pesticidi, inquinamento, cambiamento climatico, consumo di suolo, frammentazione degli habitat…

Che una pratica sportiva (alla quale, purtroppo, si aggiunge il peso del bracconaggio, ancor oggi largamente diffuso) contribuisca ad aggravare questo scenario è un fatto inaccettabile e vergognoso, a maggior ragione considerando l’enorme responsabilità che il nostro Paese ha a livello internazionale, in quanto corridoio cruciale per gli uccelli migratori.

Alla luce di queste considerazioni e al di là delle posizioni di ciascuno sulla caccia, questa lista di 49 specie non andrebbe ampliata ma, semmai, revisionata su base scientifica. Chiunque, persino i cacciatori, non può che concordare su un fatto: la scienza – e non un’ideologia politica – va messa al primo posto rispetto a qualsiasi opinione personale, tradizione, usanza o consuetudine, se in ballo ci sono l’ambiente e gli ecosistemi.

Stato di conservazione delle specie cacciabili

Di seguito lo stato di conservazione delle specie cacciabili in Italia in base alla Legge 157/1992, attualmente in vigore. La slide è tratta dalla conferenza “Attacco alla Natura”, un incontro informativo realizzato e proposto dalla nostra Delegazione a proposito della PdL C. 2984.

Specie ornitiche cacciabili in cattivo stato di conservazione secondo la Lipu:

  • Allodola (Alauda arvensis)
  • Cesena (Turdus pilaris)
  • Coturnice (Alectoris graeca)
  • Fagiano di monte (Lyrurus tetrix)
  • Marzaiola (Spatula querquedula)
  • Moriglione (Aythya ferina)
  • Pernice bianca (Lagopus muta)
  • Pernice rossa (Alectoris rufa)
  • Quaglia (Coturnix coturnix)
  • Starna (Perdix perdix)

Specie ornitiche cacciabili in stato di conservazione inadeguato secondo la Lipu:

  • Alzavola (Anas crecca)
  • Mestolone (Spatula clypeata)
  • Moretta (Aythya fuligula)
  • Pavoncella (Vanellus vanellus)
  • Pernice sarda (Alectoris barbara)
  • Tortora selvatica (Streptopelia turtur)

Da notare come per alcune delle specie cacciabili (appartenenti tanto agli uccelli quanto ai mammiferi) non vi siano neppure i dati sufficienti per determinarne lo stato di conservazione. Anche in questo caso, un approccio poco scientifico.

Attività venatoria vs tutela della biodiversità

Serve a conservare la biodiversità sparare a merli, mestoloni, starne e cesene? Aiuta forse l’agricoltura sterminare le allodole (una specie ridottasi del 54% in 26 anni nelle campagne italiane)? Favorisce gli ecosistemi alpini cancellare la vita di una pernice bianca o di un fagiano di monte? Riequilibra l’ordine di una zona umida uccidere una marzaiola, un’alzavola o una pavoncella?

«Ma la caccia è importante per la gestione della fauna selvatica!» ci siamo sentiti dire.

Una frase che fa riferimento alla cosiddetta “caccia di selezione“, volta al controllo numerico della fauna ritenuta in sovrannumero o dannosa per l’agricoltura. Una bandiera che viene sventolata in modo disonesto, nonostante la (fallimentare) gestione degli ungulati e dei corvidi non sia che una tra le tipologie di caccia concesse dalla legge.

Non sarebbe più onesto parlare anche dell’esistenza della “caccia alla piuma“, della pratica dei richiami vivi (che la PdL C. 2984 vuole rilanciare), delle Aziende Agrituristico-Venatorie (dove vengono liberati animali da allevamento affinché i cacciatori possano prendere la mira e sparare), dei trofei da appendere alle pareti a fine stagione, del turismo venatorio e di altro ancora?

Mentre di nuovo udiamo gli spari nelle nostre vallate, ci risulta spontaneo cercare una risposta logica alla domanda «Come può un’attività ricreativa realmente concorrere alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema?». La soluzione, tuttavia, non arriva neppure dal testo stesso della riforma.

Ma, forse, si potrebbe chiedere tanto a chi spara quanto a chi l’ha sottoscritto: «Come può la morte di un essere vivente risultare appagante? E quale piacere si può provare in una vita spezzata?»


Se volete ospitare il nostro incontro informativo sulla Proposta di Legge C. 2984, non esitate a contattarci all’indirizzo e-mail belluno@lipu.it.


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