L’affascinante fringuello alpino, l’ombra del cambiamento climatico, i pericoli legati al turismo in alta montagna, l’importanza della collaborazione internazionale tra scienziati, ricercatori e “comuni” cittadini. Sono i temi di questa appassionante “pagina di diario” che la nostra amica ricercatrice, la Dott.ssa Alice Buhagiar, ha scritto per il nostro sito. Ad arricchire il testo, le splendide immagini del fotografo Charel Klein, anche lui impegnato nel monitoraggio di questa specie fragile, sulla quale abbiamo ancora molto da scoprire. Buona lettura e buona visione!
Testo di Alice Buhagiar
Fotografie di Charel Klein
È l’ultima settimana di maggio e finalmente posso fare di nuovo lo zaino. La direzione è la strada alpina del Großglockner, in Austria. Passerò l’intera estate sopra i 2000 m s.l.m. a monitorare il fringuello alpino (Montifringilla nivalis), che usa la zona per nidificare e accudire i piccoli.
Saliamo i tornanti, ma la temperatura non scende più di tanto. A valle siamo sui 33°C, ma arrivati alla stazione di ricerca ci sono 23°C. Ho letto che quest’anno lo zero termico si trova ai 4000 m s.l.m., ma trovarmi di fronte a questa realtà è straziante.
E pensare che c’è chi non crede al cambiamento climatico. Pensare che forse tra qualche anno dei fringuelli alpini non rimarrà alcuna traccia, proprio per queste temperature assurde…

Questo passeriforme, al contrario del nome, non abita solo sulle Alpi. È una specie migratrice, che ignora i confini politici. Per questo esiste un gruppo internazionale per monitorarla: l’European Snowfinch Group. Esistono nuclei anche in Abruzzo, nel Nord della Grecia o nella Spagna cantabrica, oltre che sull’arco alpino.
Viene definita una specie non a rischio (IUCN la classifica a “minor preoccupazione”) ma, di fatto, il giudizio è basato su delle supposizioni teoriche, non su numeri effettivi: “Ci sono tante montagne e quindi ci saranno tanti fringuelli”.
Il nostro lavoro di monitoraggio punta anche a cambiare lo status nella Lista Rossa IUCN. Ad oggi, non abbiamo ancora la cifra esatta di individui presenti in Europa, ma possiamo stare certi che il cambiamento climatico potrebbe portarli all’estinzione.

Prima o poi, la montagna finisce
Il ciclo riproduttivo del fringuello alpino non è molto flessibile ed è totalmente dipendente dalla neve. Per chissà quante centinaia di anni, la stagione sulle Alpi era più o meno questa: verso maggio si alzavano le temperature e la neve invernale iniziava, molto lentamente, a sciogliersi. E proprio al confine tra ghiaccio ed erba il fringuello trova le larve perfette per nutrire i propri piccoli. Poiché questo scioglimento si protraeva per tutta l’estate, i pulli avevano gustose larve assicurate per l’intera stagione.
Ma le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni. Adesso la stagione estiva in quota arriva all’improvviso, e la neve si scioglie tutta d’un colpo. La coppia riproduttiva fa molta fatica a trovare il cibo adatto, e i pulli, per mancanza dei giusti nutrienti, muoiono o crescono menomati (ossa fragili, penne poco cheratinose…), oppure i nidi vengono abbandonati. Ho visto parecchie mamme disperate portare ai pulli le patatine fritte dei rifugi. Questo vuol dire che il tasso di piccoli che si invola sta diminuendo. E, ad un certo punto, arriveremo al punto di non ritorno.
I fringuelli alpini sono fatti per la neve ma, così come la linea degli alberi si sta alzando di quota, la stessa cosa sta succedendo succede al loro habitat. Per sopravvivere, devono spostarsi sempre più in alto, compiendo una migrazione verticale. La montagna, però, non è infinita. E una volta raggiunta la vetta? Che cosa faranno?

Il loro è un futuro incerto, che li rende una perfetta “specie bandiera” delle Alpi, insieme ad animali come la pernice bianca (Lagopus muta) o la lepre variabile (Lepus timidus).
Una specie bandiera è un animale particolarmente carismatico che attira l’attenzione su problemi più grandi. Nel caso del fringuello alpino questi includono il cambiamento climatico, lo scioglimento della neve e dei ghiacciai e il turismo disfunzionale nelle aree montane.
Comportamenti irresponsabili
Spesso, soltanto per aver attraversato dei paesaggi senza lasciare plastica in giro, abbiamo l’idea ingenua di essere stati “bravi e rispettosi”. Invece, ci sono molti comportamenti “comuni” che danneggiano l’ambiente e le specie che lo abitano.
Molte volte, i rifugi tengono la musica ad alto volume, offrono aperitivi a tutte le ore e svuotano i bidoni dell’umido sul retro. Mi capita spesso anche di trovare fringuelli morti o con il becco storto per l’impatto sui vetri dei rifugi, o con le zampine ferite o amputate perché i fili dei nostri vestiti si sono attorcigliati intorno al tarso e hanno fatto danni.
Poi, ci sono sciatori che vogliono vivere il brivido dell’avventura e andare fuori pista. Il problema è che quel fuori pista si trova nel mezzo delle aree che gli animali ritengono sicure. Ho trovato nidi abbandonati di pernice bianca perché troppe persone avevano sciato “nella natura selvaggia”.
Allo stesso modo, di frequente gli scalatori e gli arrampicatori capitano in una zona di riproduzione dei rapaci. Immaginate di essere un’aquila reale che ha trovato un luogo sicuro per riprodursi con tanta fatica e tutto va a monte perché molte ferrate non sono in luoghi sostenibili. Anche camminare fuori dai sentieri è sbagliato: senza accorgercene calpestiamo fiori e piante rare e roviniamo il suolo.
In estate, infine, tanti automobilisti usano i passi di montagna come “circuito” personale, guidando a tutta velocità, e sono gli animali che attraversano la strada a subirne le conseguenze.

Tutti questi comportamenti sono un problema. Possiamo illuderci che il nostro singolo passaggio non abbia chissà che effetto, ma la realtà è un’altra.
Il nostro campo in inverno…
Il nostro lavoro sul campo invernale consiste nel trovare i luoghi dove i fringuelli alpini si riuniscono in stormi e mangiano. Li inanelliamo e ne studiamo i movimenti. Non è raro che uccelli austriaci vengano ritrovati in Italia o in Svizzera. E non è poco, per uccellini che pesano circa 37 grammi.
Al tarso (la parte visibile della “zampa”) di ogni animale vengono applicati un anello in alluminio e un anello colorato con 3 cifre (il colore cambia a seconda del Paese). Questi numeri sono come un passaporto, unici al mondo, e ci permettono di identificarli facilmente sul campo.
Il processo di cattura e inanellamento è completamente innocuo. Ci vuole addirittura un patentino per applicare gli anelli, e le persone che ne sono responsabili hanno dedicato anni della loro vita a questo lavoro. È un’operazione complessa perché bisogna essere delicati e decisi allo stesso tempo per evitare che l’animale si faccia male. Nel nostro caso, gli anelli hanno un peso specifico che non dà problemi nel volo ad alta quota o su lunghe distanze.

Tutto viene fatto per il loro benessere. Sapere in che zone migrano ci permette di proteggerli al meglio.
Lo scorso inverno abbiamo inanellato 1.040 esemplari, per un totale di 43 kg di uccelli. È stata la migliore stagione in anni in Austria. Abbiamo anche ritrovato fringuelli della nostra area studio estiva sul Großglockner. È stato bellissimo vedere che dei pulli che abbiamo misurato e monitorato per tutta l’estate 2025 sono sopravvissuti all’inverno!
… e in estate!
In estate invece siamo nelle zone riproduttive nel parco nazionale degli Alti Tauri. Una volta trovato il nido, prendiamo le misure dei pulli e monitoriamo il successo riproduttivo.
Di solito i maschi si occupano di trovare la giusta fessura (o la nostra cassetta nido). Parte del corteggiamento della femmina consiste nel mostrarle le diverse possibilità.
Entrambi costruiscono il nido e il tocco finale è riempirlo di piume e materiale morbido per tenere al caldo le uova. Generalmente, un nido ha 4 uova, ma ogni tanto una femmina ci fa la sorpresa di ben 5 uova!

Il nostro lavoro principale è quello di controllare le cassette nido e studiare l’intero procedimento, dalla formazione del nido al numero di pulli che si involano.
Può capitare che i genitori, in caso di poca disponibilità di cibo, scelgano di rompere delle uova e concentrarsi su quelle rimaste. È un po’ triste, ma allo stesso tempo la natura della sopravvivenza è fatta di scelte dure. Negli anni abbiamo formulato le nostre ipotesi, ma c’è ancora davvero tanto da scoprire.
In questo momento abbiamo una ventina di cassette nido occupate. Questa stagione è davvero strana: non abbiamo ancora avuto uova schiuse. Il costante e imprevedibile alzarsi e abbassarsi delle temperature deve aver confuso le femmine, che hanno ritardato la cova.

La nostra forza è la speranza
È un lavoro difficile, che ti tiene sotto la neve a -25°C, o ti spinge ad arrampicarti in luoghi impervi. Anche per questo ne sappiamo così poco. Inoltre, non solo è difficile osservarli, ma i fondi alla ricerca vengono tagliati continuamente.

Il fringuello alpino, poi, non è una specie “carismatica” conosciuta da tanti (come il lupo o lo stambecco). Di frequente viene visto solo come un “passero poco importante” ma, tutto sommato, carino. Invece, una volta che si scoprono la sua incredibile resistenza al freddo e la sua lotta per la sopravvivenza, è tutta un’altra storia.
Spesso i ricercatori dei vari Paesi si ritrovano per coordinarsi. La maggior parte delle volte, gli studi rimangono aperti per “dati insufficienti”. Ci raccontiamo come una zona è stata disabitata dalla specie perché il turismo in montagna è diventato troppo invasivo o di quanti pulli non si sono involati. Negli occhi di tutte queste persone, però, non leggo solo dispiacere, ma anche estrema determinazione.
Vogliamo provare che essere piccoli non vuol dire non contare. Vogliamo credere che ci sia ancora speranza per le nostre Alpi e che valga la pena lottare per salvare questo patrimonio.

Citizen science: come aiutare la ricerca sul fringuello alpino
Anche voi potete darci una mano. Ci mancano informazioni, ed è proprio qui che abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti gli amanti della montagna.
Può capitare di imbattersi in questa specie nei propri giri, e ci servono le risposte a queste domande:
- data, ora e coordinate geografiche;
- quanti individui ci sono e cosa stanno facendo?
- quanti sono inanellati?
- se si ha un binocolo o una macchina fotografica, spesso si può leggere il codice a 3 cifre sull’anellino di plastica colorato ed è importante comunicarlo;
- eventuali elementi aggiuntivi possono essere il colore del becco (varia da giallo a nero) e, soprattutto, l’invio di fotografie.




Nella zona del bellunese, potete trovare il fringuello alpino sulle Dolomiti, nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
Potreste anche imbattervi nelle nostre cassette nido, che posizioniamo per dare delle alternative più facili per noi da monitorare rispetto alle fessure nelle pareti rocciose.

Tutte queste informazioni possono essere inviate in italiano in questo form: https://nivalisdolomites.wordpress.com/progetto/#Invia
Se vi trovate in un Paese straniero, potete comunque fare la segnalazione ai ricercatori italiani: siamo una rete molto collaborativa e le informazioni verranno girate alle persone giuste. In cambio, cercheremo di farvi avere la storia dell’individuo che avete visto (ad esempio in che Paese è nato o se ha già nidificato).
Potete anche mettervi in comunicazione con Chiara Bettega (esperta e autrice di libri) o con la sottoscritta, Alice Buhagiar (biologa sul campo in Austria). Saremo liete di rispondervi.
Qualche altro sito utile:
- Nivalis Dolomites
- European Snowfinch Group
- Il lavoro sul campo raccontato sui social media: Schneesperling Austria su Instagram
L’autrice di questo articolo
La dott.ssa Alice Buhagiar è specializzata in salvaguardia della fauna selvatica, bioacustica e studio del comportamento animale. Ha vissuto lunghi periodi in Sudafrica, lavorando con i grandi felini e nell’ambito dell’antibracconaggio. Oggi è ricercatrice presso l’Università delle Scienze della Vita di Vienna, dove si occupa del monitoraggio di specie montane. Collabora con l’associazione Alpine Biodiversity per lo studio del fringuello alpino e con diverse stazioni di inanellamento scientifico in Austria e Turchia. È co-fondatrice della pagina Instagram di divulgazione scientifica 4 Fauna, attraverso la quale trasmette la propria passione per gli animali.
Alice Buhagiar su Instagram: https://www.instagram.com/a.wild.ally/
Il fotografo
Charel Klein è un fotografo naturalista nato in Lussemburgo e residente in Austria. La formazione scientifica e l’esperienza sul campo costituiscono il bagaglio di conoscenze che plasma profondamente la sua produzione artistica, oggi focalizzata sugli uccelli e la fauna selvatica. Per Charel, la fotografia è un percorso iniziato come semplice curiosità e rapidamente trasformatosi in passione duratura. Regole imprescindibili per i suoi scatti sono la pazienza ed il massimo rispetto dell’etica: il benessere della fauna e dei suoi habitat ha sempre la priorità. “La tutela degli ecosistemi è inscindibile dalla loro documentazione.”
Il sito di Charel Klein: www.charel-klein-photography.com




