Animali imprintati: la libertà negata

Animali imprintati: la libertà negata

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Avete mai visto quei teneri video in cui volpi, cervi, caprioli ed altri animali selvatici si fanno coccolare e si comportano come dei cagnolini? Quante volte avete pensato “che carino! Anche io vorrei un selvatico da compagnia!”…

La verità è che dietro a queste immagini così “coccolose” si nasconde una realtà tristissima, fatta di privazione e costrizione.

Cos’è l’imprinting

Il biologo austriaco Konrad Lorenz.

Il termine imprinting, coniato dal biologo austriaco Konrad Lorenz, Premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1973, deriva dall’inglese imprint, che significa “stampare”, “imprimere”.

In termini etologici, l’imprinting è una forma di apprendimento precoce per la quale l’individuo, nelle primissime ore di vita, riconosce e segue i suoi genitori, oppure un loro surrogato. A “sostituire” i genitori possono essere individui di altre specie o anche oggetti inanimati, purché in movimento, che cadano per primi nel suo campo di osservazione.

In poche parole, i cuccioli di alcune specie, se privati delle cure dei genitori naturali ed allevati dall’uomo, sviluppano un’alterata percezione dell’appartenenza alla propria specie, riconoscendosi invece con quella umana. Perdono così ogni naturale timore per l’essere umano e, di fatto, si comportano come animali d’affezione.

Questa volpe imprintata, allevata e alimentata fin da piccola come un cagnolino, ha sviluppato una grave malformazione degli arti che non le permetteva la deambulazione e delle turbe metaboliche che l’hanno portata alla morte.

La privazione della libertà

L’imprinting dei selvatici con l’uomo potrebbe sembrare un processo innocuo.

Al contrario, si tratta di una condizione irreversibile che rappresenta una forma di violenza “camuffata” nei confronti degli animali: questi, infatti, vengono privati della loro naturalità, piegati ad un comportamento artificioso che rende impossibile la corretta comunicazione con i conspecifici e toglie loro la libertà di una vita selvatica nell’habitat naturale.

Le specie più vulnerabili

Le specie più suscettibili all’imprinting, se manipolate fin da piccole dall’uomo, sono alcuni mammiferi come volpi, tassi, scoiattoli, cervidi e altri ungulati.

Ma anche alcune specie di uccelli possono subire forme di attaccamento innaturale nei confronti dell’essere umano, se allevate a mano. Basti pensare agli intelligentissimi corvidi (cornacchie, gazze, ghiandaie, …) che, se imprintati, si dimostrano affettuosissimi nei confronti delle persone che li allevano ma scarsamente capaci di rapportarsi con altri individui selvatici della stessa specie.

La questione cervidi

Tra i casi di imprinting, il più emblematico è quello che riguarda cervi, daini e caprioli.

Nelle prime settimane di vita, i piccoli di queste specie si avvalgono della tecnica dell’hiding per sfuggire ai predatori. Questa innata strategia consiste nel nascondersi tra la vegetazione grazie ad un manto particolarmente mimetico e ad un odore quasi impercettibile, e aspettare immobili la madre. Essa si alimenta lontano dal luogo dove si trova il piccolo al fine di non attirare su di lui i predatori. Così, la mamma torna dal cucciolo solo qualche volta al giorno per la poppata, lasciandolo da solo per gran parte del tempo, fino a che, cresciuto, non sarà in grado di seguirla.

La Natura, ahinoi, non tiene conto del “buon cuore” dell’uomo, il quale, inconsapevolmente, rende vana l’efficace tecnica dell’hiding, risultando in questo caso tanto letale quanto un predatore!

In primavera, infatti, capita di frequente che i cittadini, aggirandosi per boschi e campi in passeggiata, trovino i cuccioli nascosti nei cespugli e tra l’erba alta. Ignorando l’etologia di questi animali e colti da un impeto di compassione, credono che essi siano stati abbandonati, li prelevano dal loro ambiente naturale e, a tutti gli effetti, li rapiscono, strappandoli alle cure materne!

Cucciolo di cervo (Cervus elaphus) intento a mimetizzarsi tra l’erba alta mentre aspetta la mamma per la poppata. Questa tecnica, tipica dei cervidi, si chiama hiding.
Cucciolo di cervo (Cervus elaphus) in reale difficoltà per evidente frattura del carpo destro. In questo caso il recupero dell’animale è necessario: bisogna rivolgersi tempestivamente al CRAS per garantire cure e allevamento privo di imprinting.

I cuccioli allevati in casa e allattati a mano passano la fase di sviluppo della loro coscienza di specie a stretto contatto con l’uomo, surrogato materno, imparando ad identificarsi con la specie umana e non più con la propria. Di conseguenza, tutti i comportamenti sociali che normalmente l’animale dovrebbe sviluppare nei confronti dei conspecifici vengono, invece, rivolti all’umano, e il cervide finisce per comportarsi con le persone “come un cagnolino”.

Animali pericolosi

Attenzione: gli animali imprintati non sono animali domestici! Mantengono infatti molti dei loro istinti selvatici e, una volta adulti, subiscono una maturazione sessuale e comportamentale che li può spingere ad atteggiamenti di aggressività nei confronti delle persone.

Ad esempio, volpi e altri carnivori che normalmente impiegano la lotta, anche aggressiva, per definire le gerarchie e il possesso del territorio, possono aggredire le persone che li hanno allevati, mordendole e graffiandole.

Riguardo ai cervidi, il problema è ancor più rilevante.

I maschi adulti di cervo, daino e capriolo (ma anche dei bovidi selvatici, come il muflone e il camoscio), soprattutto nel periodo riproduttivo, divengono estremamente territoriali ed aggressivi verso i conspecifici. Per definire territorio e dominanza non esitano ad usare la forza e le “armi” a loro disposizione, ovvero i palchi e gli zoccoli.

Identificandosi con la specie umana, però, gli esemplari imprintati indirizzano queste sgradite attenzioni nei confronti delle persone, comprese coloro che li hanno allevati! È così che si legge sui giornali di uomini e donne aggrediti, feriti e, purtroppo, talvolta uccisi dal “piccolo Bambi” che avevano allevato e tenevano in casa.

Per motivi fisiologici, la sterilizzazione dei cervidi maschi in cattività non è possibile. L’unico modo per scongiurare queste tragedie è evitare il problema alla radice, educando i cittadini a non prelevare i cuccioli selvatici dal loro ambiente e a non allevarli in casa.

La condanna del “fai da te”

Oltre all’imprinting, un altro rischio legato all’allevamento in casa dei cuccioli selvatici è quello della scorretta gestione alimentare. Sia per quanto riguarda l’allattamento che per quanto concerne lo svezzamento e l’alimentazione solida, ciascuna specie necessita di determinati alimenti con appositi dosaggi ed integrazioni alimentari che riproducano al meglio la condizione nutrizionale naturale.

No, Google o Chat GPT non sono dei validi consiglieri! C’è bisogno di figure professionali veterinarie e tecniche con le dovute competenze e manualità per allevare questi animali al meglio, evitando il rischio di carenze alimentari e imprinting. E queste figure si trovano nei CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici).

Cucciolo di capriolo (Capreolus capreolus) in reale difficoltà. Rivolgersi al CRAS è fondamentale per garantire all’esemplare cure adeguate ed evitare il rischio di imprinting.
Questo cucciolo di capriolo è stato allattato in casa con latte e procedure scorrette ed è stato portato al CRAS troppo tardi. Ciò l’ha purtroppo portato a morte per gastroenterite acuta.

I CRAS non fanno i miracoli

Nel caso del rinvenimento di cuccioli realmente orfani o non più riposizionabili in ambiente per il ricongiungimento con la madre, la tempestività nella consegna ad un CRAS attrezzato è la chiave!

Portare a degli specialisti un cucciolo dopo averne tentato l’allevamento a casa con il “fai da te” non lo salva. Soprattutto nelle prime fasi di vita, allattamento o alimentazione errati portano l’animale a sviluppare patologie metaboliche, distrofie e ridotto accrescimento, malformazioni e stati carenziali che lo rendono incompatibile con una vita dignitosa e, sicuramente, non rilasciabile in natura.

Inoltre, l’animale che arriva ai CRAS già imprintato è quasi impossibile da riportare a condizioni comportamentali normali e quasi mai perde la confidenza sviluppata nei confronti dell’uomo.

La tempestività nel conferire l’esemplare ai CRAS consente agli operatori di iniziare immediatamente i corretti protocolli di allevamento. Il rischio di imprinting è così scongiurato, perché vengono utilizzate apposite strutture e fantocci da allattamento e alimentazione che evitano agli animali di riconoscere la figura umana quale surrogato di quella materna.

Alcuni dei fantocci utilizzati nei CRAS come “mamme surrogato” per l’allevamento dei rapaci evitando l’imprinting e favorendo il corretto sviluppo comportamentale ed etologico di specie.

Per di più, poiché i centri di recupero della fauna selvatica allevano più cuccioli della stessa specie contemporaneamente, si permette agli animali di sviluppare un corretto comportamento relazionale intraspecifico.

Perché gli animali imprintati non possono venire rilasciati in natura

Un animale imprintato ed eccessivamente confidente nei confronti dell’uomo non può essere reimmesso in natura per diversi motivi.

Cercando la vicinanza con gli esseri umani, si metterebbe sicuramente in pericolo per una scarsa cautela nei confronti di strade e auto, una maggiore vulnerabilità verso l’attività venatoria, un’errata alimentazione (procacciandosi il cibo nei dintorni delle aree urbane). Inoltre, potrebbe rivelarsi pericoloso per la salute e la sicurezza pubbliche, avvicinandosi a borghi e paesi, cercando il contatto con le persone e rischiando di provocare danni e lesioni o peggio…

Per questi motivi gli animali imprintati, se possibile, devono venire gestiti con la captivazione a vita, ovviamente all’interno di idonee voliere o recinti che garantiscano un ottimale livello di benessere animale ed una gestione alimentare perpetua.

La morte non è la fine peggiore

Vi sono casi mal gestiti ed irrimediabili per i quali non sussiste la possibilità di mantenere in cattività a vita l’animale imprintato. Ad esempio, quando l’errato allevamento provoca anche dei deficit fisico-metabolici incompatibili con un’esistenza priva di dolore.

È emblematico, in tal senso, l’esemplare maschio dei cervidi. Oltre al fattore di pericolosità per l’uomo, si tratta di un animale che da adulto, se impossibilitato a sfogare i propri istinti etologico-comportamentali sociali e sessuali – come quando l’esemplare viene captivato da solo -, impazzisce a tal punto da rendere inattuabile anche solo la gestione routinaria.

In questa situazione, il livello di stress causato dalla costrizione alla cattività aumenta a dismisura, causando problemi di autolesionismo (ciò si verifica anche negli uccelli con l’autodeplumazione o nei carnivori con le morsicature, nonché con traumi da impatto con le recinzioni in numerose specie) o alterazioni metaboliche gravi. Una simile circostanza non permette il mantenimento di un livello minimo di benessere animale.

In questi casi, purtroppo, l’eutanasia risulta l’unica soluzione ad un danno causato dal “buon cuore” umano o, a volte, dal suo egoismo.


Articolo scritto per la Delegazione Lipu di Belluno dalla nostra socia Teresa Vianello.

L’autrice di questo articolo, Teresa Vianello, in compagnia di Matilde, una cerva imprintata allevata a vita presso il CRAS di Villa Zuppani, Sedico.

Teresa Vianello è un medico veterinario specializzato in cura e gestione della fauna selvatica, abilitata all’utilizzo della telenarcosi e certificata Natural Tracker. Lavora come dipendente di Veneto Agricoltura occupandosi di monitoraggio faunistico – in particolare nell’area del Cansiglio – e di gestione dei CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici) delle provincie di Belluno e Treviso. È creator digitale per la pagina Instagram di divulgazione faunistica @4.Fauna dove crea contenuti atti ad avvicinare i cittadini al mondo degli animali selvatici sensibilizzando su temi di salvaguardia e conservazione.


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